2.Il letterato

FILIBERTO FARCI

Poeta, scrittore e politico di Seui

2 – Il letterato

La produzione letteraria di Filiberto Farci è costituita da saggi critici, novelle, romanzi, e liriche.

Inizia la sua carriera artistica a soli quindici anni, nel 1898, sul “Minuzzolo”, una rivista cagliaritana per ragazzi, con “Rimembranze d’infanzia”, ove descrive i luoghi e i paesaggi incantati del suo paese natale, Seui.

Ma la sua attività letteraria vera e propria parte, però, solamente nel 1900, con la pubblicazione dei suoi primi versi sulle riviste “Vita Cagliaritana” e “Donna Sarda” e della novella “Il Seguito” nella “Gazzetta del Popolo della Domenica” di Torino.

In questo periodo inizia a frequentare le più eminenti personalità della cultura sarda del periodo, da Grazia Deledda a Pompeo Calvia, Francesco Ciusa e Sebastiano Satta.

Nel 1903 esce la sua prima raccolta di racconti: “Rusticane, novelle sarde“, con prefazione di Grazia Deledda.

Nel 1918, in “Rivista Sarda” compare “Ardore di maggio”, seguito da “Il demone in agguato” (in “Sardissima”, 1920) e “Rosa fresca aulentissima” (“Antologia sarda”, 1923). Dal 1925, tre sue novelle: “La vena inaridita”, “La casa paterna” e “Cristolu Dejas”, compaiono sulla rivista culturale cagliaritana “Il Nuraghe”, diretta da Raimondo Carta Raspi; mentre la sua seconda raccolta, “Racconti di Sardegna”, esce nel 1939, nell’immediata  vigilia del secondo conflitto mondiale. Qui, ai temi storico-patriottici si affiancano altri, che descrivono l’umile vita quotidiana dei piccoli paesini dell’interno montuoso della Sardegna. Affrontando queste crude tematiche l’autore vuole richiamare alla mente l’immagine dell’antico popolo sardo. E tutto questo lui lo fa descrivendo il sacrificio e la bontà d’animo che sono tipici della nostra gente di Sardegna, che lui descrive come “razza fiera dei monti”.

 

La poesia

Alla poesia Filiberto Farci si dedica prevalentemente nell’età più giovanile.

Anche nei  componimenti si rileva il suo forte attaccamento ai valori della Sardegna. Nel 1902 pubblica la sua unica raccolta di versi, “Foglie Gialle”, dove canta con toni idillici l’aspra bellezza della Sardegna, sottolineandone i profondi sentimenti e pregi della sua gente. Tra i suoi componimenti più noti ricordiamo anche: “Calendimaggio barbaricino” (1910), “Ore rosse d’Orgosolo” (1912), “Pitture di caccia grossa” (1924) e “La ninna nanna di Jolao” (1930).

 

I saggi:

La sua non comune ed instancabile attività il Farci la applica anche alla saggistica.

Approfonditi ed estremamente interessanti appaiono diversi suoi lavori con cui cerca di rompere il silenzio e l’ignoranza imperante nei confronti di diverse personalità che con la loro opera hanno contribuito a dar lustro alla Sardegna nel mondo intero: “Salvatore Farina nella letteratura di Sardegna“ (1919), “Domenico Alberto Azuni, giureconsulto e storico sardo del sec. XVIII” (1920), “Un filosofo di Sardegna: Antioco Zucca” (1923), “Giovanni Siotto Pintor” (1924), “Carteggi di Alberto Ferrero Della Marmora” (1925-7), “Grazia Deledda” (1927), “Lo spirito di italianità nell’opera di Nicolò Machiavelli” (1920), “La trasfigurazione mistica di Beatrice” (1921).

 

I romanzi:

Il meglio del Farci però lo si coglie nei suoi romanzi.

La “Grande Guerra” anche in Sardegna contribuisce a cambiare profondamente il quadro non solo politico ma anche letterario. Infatti il nuovo movimento politico-rinnovatore che si sviluppa nell’immediato primo dopoguerra, riesce ad influire talmente in profondità nella stessa letteratura tanto da modificarne gli stessi canoni descrittivi che erano prevalentemente di marca deleddiana. “Solamente quell’elemento nuovo che si chiama guerra, dispiegandosi improvvisamente e trasformando la vita sarda con prontezza sorprendente, poteva e doveva provocare nella letteratura romanzesca sarda, come in tutti gli altri campi della vita spirituale isolana, una trasformazione radicale e competa”. –  come conferma lo stesso Egidio Pilia, letterato e sardista della prima ora – “E’ stata la guerra a indurre una schiera piuttosto numerosa di giovani scrittori isolani a rompere una lunga e gloriosa tradizione letteraria consacrata dall’autorità della Deledda, portando un soffio di rinnovamento nell’arte narrativa. Fra questi pionieri del rinnovamento artistico regionale vanno posti i nomi di Pietro Casu, di Romolo Riccardo Lecis, di Filiberto Farci, di Lino Masala Lobina, antesignani di un movimento letterario che vibra all’unisono con quel movimento politico regionale iniziato da pochi volenterosi nel 1919, e che oggi trova larghissimo seguito nelle masse isolane”.

Questo distacco dal filone deleddiano in Filiberto Farci lo si rileva già in “Edera sui ruderi”, del 1924, il suo primo romanzo. Qui, il riformismo del protagonista, Mariano Flores, ha la preponderanza sull’intera narrazione. Il romanzo è ambientato nella Sardegna del 1919-20. Sono questi gli stessi anni che lo scrittore vive con altrettanta vitalità ed intensità, tuffandosi nell’aspra battaglia politica tesa ad assicurare una rinascita ed un futuro migliore per la nostra martoriata isola. Le stesse idee sardiste fanno da sfondo all’opera. Infatti diverse vicende raccontate coincidono con esperienze da lui vissute in prima persona. È in questo lavoro, sicuramente il più importante e conosciuto, che noi troviamo un esempio illuminante in cui si evidenzia il forte sentimento ed impegno politico e sociale di Filiberto Farci, che fin dalla gioventù viene attratto dal movimento di idee teso all’autonomia e redenzione sociale, politica ed economica della Sardegna.

Nel sue secondo romanzo, “L’aquila sulla rupe” (1928), questo fiero seuese racconta le vicende di un popolo che vive in un’isola immaginaria, Ilianda, (la Sardegna?), che richiamano alla mente l’epopea dello stesso popolo sardo di qualche tempo fa, al tempo dei giudicati.

Durante il ventennio fascista, proseguendo la sua opera di educatore della gioventù, scrive “Sorighittu” (1935), “Ultima tappa” (1940), “Il sentiero tra i rovi” (1949)  e “Ragazzi di Barbagia” (1949), dove racconta i più tipici aspetti della vita sarda e il vigore del nostro popolo. (Giuseppe Deplano, copyright © 2010 – riproduzione riservata)

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